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Se gli Uffizi sono rock …

Eike Schmidt – direttore tedesco di Friburgo degli Uffizi – non usa tanti giri di parole per annunciare la sua crociata contro i soloni “che vogliono calcificare i musei, riservarli ad una ristretta elite, creando un abisso tra loro, i veri sapienti, e gli altri”.

In un’intervista rilasciata al Corriere della sera, Schmidt rifiuta l’idea di gestire quello che considera il museo più bello del mondo – gli Uffizi per l’appunto – come fosse una torre d’avorio oppure un santuario. Al contrario, dice, saranno sempre più cool, pop e anche un po’ rock. E bravo il Direttore, noi stiamo dalla sua parte, non certo da quella dei parrucconi fermi ad una visione naftalinizzata della cultura (cit.Eike).  Geniale ad esempio l’idea di abbassare dei dipinti all’altezza dei bambini (lo ha fatto l’anno scorso con la Tebaide del Beato Pellegrino) e decisamente provocatoria la pensata di coinvolgere nella promozione degli Uffizi la numero uno degli inluencers Chiara Ferragni.

Bisogna cominciare a gestire la cultura in modo completamente diverso dal passato, bisogna attirare i giovani nei musei e nei teatri adeguando la comunicazione (ma non solo quella) al tempo che stiamo vivendo. Siete mai stati alle Gallerie dell’Accademia a Venezia? Quanto respingenti sono quella pesante porta d’ingresso e quel tristissimo atrio dove sono collocate le biglietterie? E vogliamo parlare dell’Orto botanico di Padova, patrimonio Unesco dell’Umanità, al cui interno non c’è nemmeno una caffetteria per tacere del misero book shop.

Evviva allora Eike Schmidt con le sue proposte anti-conformiste. Nella speranza che altri Direttori  lo vogliano o possano imitare. (P.B.)

P.S.  Sempre a proposito di una gestione “coraggiosa” della cultura,  cliccate qui e date una letta al brillante articolo di Luca Beatrice, pubblicato da “Il Giornale”, che se la prende con curatori di biennali e musei costretti a distribuire le scelte per genere (uomini, donne, transgender, minoranze, razze non dominanti)  con proposte artistiche che risultano così spesso banali e noiose, che difficilmente resteranno nel tempo.

 

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