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Scusate, ma non condivido

Appunti di Paolo Brinis

Scommetto che nessuno di noi ci aveva mai fatto caso. Ma se anche avessimo notato quell’asimmetria tra i padiglioni di Spagna, Belgio e Olanda, proprio all’ingresso dei Giardini della Biennale di Venezia, quell’immagine sarebbe sicuramente finita subito in qualche angolo recondito della nostra memoria.

A Ignasi Aballì – artista catalano classe 1958 chiamato a rappresentare il Paese di Re Filippo VI alla 59° Esposizione internazionale d’Arte – quei muri inclinati di 10 gradi rispetto agli edifici adiacenti non sono invece mai andati a genio. A tal punto da sentire la necessità di intervenire con un progetto altamente concettuale – denominato Correzioni – per risolvere “il problema”.

E così alle pareti bianche originarie del padiglione iberico, ecco affiancarsene delle altre – penso in cartongesso – di color grigio, per raddrizzare quelle pareti storte e correggere il presunto errore di chi – all’epoca – progettò quello che dovrebbe essere un contenitore di opere d’arte ma che in questa edizione della Biennale d’arte (e non di architettura) si presenta invece completamente vuoto.

Per Beatriz Espejo, curatrice del Padiglione nazionale di Spagna “La rotazione è un gesto fisico che implica una lettura simbolica e funziona come meta-esposizione. Ci vuole tempo per cogliere la complessità, forse non evidente, dell’opera di Ignasi”.

Ecco, io ci avevo messo anni, decenni, per arrivare a qualche fragile ed instabile certezza nel rapportarmi con il mondo dell’arte contemporanea e poi arriva lei – Beatriz Espejo – a dirci che quei muri raddrizzati sono da considerarsi “Arte” con la A maiuscola. E chissenefrega se quel lavoro certosino da geometra non trasmette nessuna emozione e se qualche incauta visitatrice chiede dove siano i quadri… “Signorina, per cortesia, cosa dice, alla Biennale non si fanno queste domande“.

A tutto però c’è un limite e per quanto mi riguarda siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Non mi resta che alzare bandiera bianca e dichiarare una resa incondizionata; non sprecherò più  – ve lo dico – energie mentali per cercare di capire, di comprendere.

Cala dunque il sipario, penso anche su Arsnow Magazine (questione di pochi giorni, il desiderio di raccontare l’arte è venuto decisamente meno) e – provocazione per provocazione – alla prossima mostra non mi esimerò dall’esclamare ad alta voce: “Ma questo poteva farlo anche il geometra Rossetti!” Con tutto il rispetto per la categoria (dei geometri ovviamente).

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