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Riello ci spiega Basquiat

A Londra, al Barbican Center, è stata di recente inaugurata – come riferiamo in un altro articolo del nostro magazine –  una mostra dedicata a Basquiat. Antonio Riello sostiene che va assolutamente vista e qui di seguito ci spiega come nacque il successo strepitoso di questo artista, morto a soli 27 anni per overdose.

Siamo agli inizi degli anni ’80, Jean Michel  Basquiat è un bel ragazzo, ambizioso, sveglio e fotogenico. Gestualita’ e look perfetti, e sa pure cantare. E’ in grado, con naturalezza, di fiutare il posto giusto e il momento giusto. E’ sicuramente “etnico”, ma non ha l’aggressività radicale tipica del mondo Afro-Americano di quel periodo. E’ anche molto amico dell’altro astro emergente, Keith Haring.

In quegli stessi anni l’epopea della Pop Art americana sta ormai diventando seppure con gloriosa lentezza roba vecchia e il mercato dell’arte (quello potente, quello che conta) sta cercando con una certa ansia qualcosa (e qualcuno) da affiancare ai grandi nomi che avevano segnato la New York artistica gli anni sessanta. Doveva essere una faccenda che potesse diventare la naturale evoluzione e lo sviluppo di quanto già accaduto (e che era stato ampiamente e proficuamente capitalizzato).

Opere semplici, dirette, colorate, non troppo cerebrali (vade retro sofisticata Europa!) e soprattutto in sintonia con i nuovi tempi. Qualcosa con la forza dirompente del graffito, che ricordasse le periferie urbane, maleducata, ed irriverente, ma che non facesse alla fine troppa paura al potenziale collezionista. Sicuramente meglio la pittura, ma avrebbe dovuto avere assolutamente in se’ molto carattere e il giusto grado di “newyorkesita’”.

Quadri, e non graffiti, che funzionassero per una elite che voleva sentire in salotto l’odore della vita vera, senza però certo sopportarne i disagi e viverne troppo da vicino i rischi. Puzza virtuale insomma. Della Pop Art riveduta e corretta in salsa “tamarra”, ecco cosa ci voleva. E con in piu’ un pizzico di spezia etnica (l’America infatti iniziava a vedere allora le minoranze con nuovo interesse, come potenziale nuova fascia di consumatori e come elemento importante della dialettica culturale liberal).

Intanto il talentuoso e determinato ragazzo con i dreadlocks (i capelli stile “rasta”) prosegue la sua carriera con un discreto successo e inizia finalmente ad avere qualche dollaro in tasca. La sua prima personale la fa alla Annina Nosei Gallery (lei era davvero una eccezionale talent scout di altissimo livello, non ne ha sbagliato uno). Nel Dicembre 1981 su ArtForum, Rene Ricard pubblica forse il suo più celebre articolo, intitolato “The Radiant Child”, proprio su Basquiat.

Ci si accorge che potrebbe esser lui quello che si stava cercando. Il suo “primitivismo urbano” condito con un po’ di esotismo caraibico sembra essere la ricetta vincente. In più la sua disinvolta e versatile abilità suggeriscono la felice idea di un “Mozart” della pittura.

Il candidato entra rapidamente nell’orbita e nei favori di Andy Wharol, che ne intuisce le potenzialità, ne fa il suo protetto e in un certo senso lo designa come suo vero “erede” sul piano artistico. Il figlio che Wharol non aveva mai avuto…. I due collaboreranno anche professionalmente con lavori a “quattro mani”, uno di questi lo si può  vedere al Barbican dove a questa amicizia è dedicata una ampia sezione.

Sembra che Basquiat abbia addirittura influenzato in qualche modo l’ultima stagione artistica del divo della Pop Art. Assolutamente da vedere l’opera “Dos Cabezos” (1982), in mostra. Parallelamente il mitico mercante svizzero Bruno Bishofberger provvede a sdoganare rapidamente e con successo il ragazzo di Brooklyn (che nel frattempo si era trasferito a SoHo) nei salotti buoni della vecchia Europa.

Era quasi fatta. Bisogna solo capire se il soggetto era in grado di gestire il successo e sostenere le stressanti esigenze del cosiddetto “circo mediatico”.

Con le sue doti naturali lui supera ogni aspettativa in tal senso. Diventa un personaggio pubblico vero e proprio e l’efficiente testimonial di se’ medesimo. Anzi raggiunge involontariamente la perfezione: muore giovanissimo di overdose nel suo nuovo studio (1988). Quando (purtroppo) accade, la scomparsa prematura di un artista di grande talento è un elemento essenziale che permette di confezionare una impeccabile carriera leggendaria (di nuovo viene in mente Mozart, ma anche Giorgione, Egon Schiele e Amy Winehouse). Leggi tutto l’articolo di Antonio Riello su Dagospia

 

 

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