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La seconda casa di Pignatelli

Dietro una piccola porta al piano terra si susseguono una serie di stanze, una in fila all’altra; la luce viene dall’enorme lucernario, i soffitti sono altissimi, in tutti gli spazi regna uno strano grande caos paradossalmente ordinato. Disegni, schizzi e libri accatastati su grandi tavoli, pennelli colori e solventi,  vecchie sedie scolorite, scalette di legno, candelabri barocchi, camini in ogni dove e persino una batteria.

Sembra che tutto sia lì per caso e, nello stesso tempo, che sia stato studiato nei minimi dettagli, come sul set di un film.  Nello studio di Luca Pignatelli (milanese, classe 1962) le sue opere, tantissime,  sono ovunque: alcune sono addossate ai muri, altre sono imballate, altre ancora sono appese o sopra un tavolo o in piedi in mezzo alla stanza. Sono loro le vere padrone di casa e, senza nulla togliere all’artista e alla sua squisita ospitalità, sono loro che accolgono con calore, che svelano il vissuto dei loro supporti e che parlano a chi, come me, ha avuto il privilegio di varcare la soglia di questo posto magico.

Pignatelli spiega che per lui è una seconda casa, un luogo di lavoro, ma anche di ozio o dove cercare di osservare in modo distaccato le sue opere. Tra i lavori più recenti, spiccano due grandi dipinti su tappeti del primo novecento (*), rovinati a tal punto da non avere più valore commerciale. “Quel che più mi interessava – spiega Pignatelli – è che questi tappeti sono stati molto calpestati e quindi sono fortemente evocativi del tempo trascorso e di luoghi lontani. L’intenzione è quella di dimostrare come sia possibile l’integrazione tra il mondo occidentale, simboleggiato dalle figure dipinte, e quello islamico, rappresentato dalla decorazione geometrica nel tappeto.” Potenza di un luogo magico. O forse, magia dell’Arte. (Articolo e foto di Laura Stefani)

(*) N.d.R. Lo scorso anno, alla Tefaf di Maastricht un lavoro simile , intitolato “Persepoli” (400×300) – proposto dalla galleria milanese Piva & Co. – era stato fatto rimuovere dalla commissione che doveva occuparsi della selezione delle opere, perché giudicato «provocatorio in quanto attraverso l’arte contemporanea distruggeva un’opera antica».

 

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