Luoghi & design

Il giro del mondo in 45 anni

Dal Canada al Brasile, dalla Corea del sud agli Stati Uniti, sino ad arrivare sette anni fa in Cina, sfatando l’idea che da quelli parti ci siano solo copioni e taroccatori dei prodotti Made in Italy. Una sorta del giro del mondo, il percorso professionale della Favaretto&Parteners, studio di design (ma non solo) fondato nel 1973 a Padova da Paolo Favaretto, e diretto ora dal figlio Francesco. Ed è proprio da quest’ultimo che ci siamo fatti raccontare un sacco di cose interessanti sul design.

“Crediamo profondamente nell’internazionalizzazione. La nostra mission è usare un linguaggio di prodotto universale, semplice e comprensibile ad ogni latitudine. Da sempre investiamo e crediamo nelle persone. A Toronto e Shangai abbiamo dei collaboratori incaricati di sviluppare le rispettive aree territoriali. Abbiamo gli uffici aperti praticamente 24 ore su 24”

Quest’anno ricorre il centenario dalla nascita del Bauhaus. Com’è cambiato il design in questo secolo?

“E’ cambiato tantissimo. Oggi tutto è design, è un termine sicuramente inflazionato e usato spesso a sproposito, viene “speso” fuori dal suo contesto originario. Una volta quando si parlava di design si parlava di design del prodotto, oggi invece quando parliamo di design siamo, di fatto, obbligati a specificare il tipo di design: food design, fashion design, hair design… Insomma c’è un po’ di confusione e alle volte assistiamo a invasioni di campo che non condivido. Se devo essere sincero mi sento molto più vicino alla scuola del Bauhaus che a quella contemporanea”.

Per Antonio Riello, artista bassanese trapiantato a Londra, le nuove icone del design democratico sono i prodotti Ikea. Francesco, lei lo condivide?

“Il prodotto industriale inteso come design deve essere democratico o, per lo meno, il più accessibile possibile. Se affrontiamo la questione da questa prospettiva posso condividere la linea di pensiero. Una icona  per essere realmente considerata come tale deve essere pop-popolare. Non mi viene in mente niente di più pop che il sabato pomeriggio trascorso all’Ikea. Battute a parte, un prodotto non deve essere per forza “elitario” per fregiarsi dei gradi di icona”.

Dovesse portare con sé – in un viaggio nello spazio – tre oggetti della produzione di Favaretto & Partenrs che più di altri possono rappresentare la vostra storia, cosa vrebbe piacere che gli alieni vedessero?

“La Sedia Agorà, disegnata nel 1973 per Emmegi, ancora oggi in produzione e che registra un grande successo in termini di vendite. La Sedia Assisa, disegnata nel 1986 per Steelcase, oggi tornata in produzione all’ interno del catalogo ICONS dell’azienda BBB ITALIA. La Sedia Tondina, disegnata nel 2014 per Infinitidesign, sedia che si rifà alle linee della seduta storica di Olivetti”.

Francesco, voi come studio Favaretto state lavorando molto nel Far east e in qualche modo avete percorso prima di altri la via della seta di cui oggi tanto si parla e si discute. Cosa apprezzano maggiormente i cinesi del nostro design?

“I cinesi apprezzano prima di tutto il nostro mestiere, cosa data per scontata oggi da alcuni italiani. Il mestiere dell’industrial designer è un lavoro serio ma molti industriali di oggi credono di poterlo essere, spesso senza avere le competenze. Dopo di che i cinesi apprezzano il nostro know how, la nostra sensibilità, la capacità degli italiani di saper cogliere il bello. Su questo devo dire che le bellezze, che ci circondano e che possiamo ammirare quotidianamente, ci aiutano molto”.

La Collezione Bepi Bortolussi giace ancora in un capannone della zona industriale di Padova. Il Comune, in attesa del restauro del Castello dei Carraresi non fa nulla per valorizzarla ed esporla. Lei che ne pensa?

“Mi spiace non avere il living di casa abbastanza grande per poterle ospitarle tutte, accoglierei volentieri le persone che le vogliono vedere. Che ora siano lasciate in un capannone della zona industriale di Padova mi dispiace molto. Nel 2013, in occasione del 50° anno della fondazione dell’ADI (Associazione per il Disegno Industriale) fu proprio l’amministrazione a commissionarci l’allestimento di una mostra al Centro Culturale San Gaetano sul design  con i pezzi che Bepi Bortolussi donò al comune di Padova. Probabilmente quella è stata una delle ultime occasioni per poter esporre pezzi meravigliosi al grande pubblico. Colgo l’occasione per lanciare un appello affinché questa splendida collezione trovi una sua collocazione definitiva”.

Intervista di Paolo Brinis

 

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