Luoghi & design

Gli elementi della Biennale

Gli elementi sono presenti ovunque nella 58° Biennale di Venezia, sia nelle forme, che quest’anno sono grandi e fondamentali, sia nella materia utilizzata per creare l’arte.

L’uso del legno compensato, così espanso dentro l’Arsenale, offre un’impressione di transito ma anche di chiusura architettonica quasi claustrofobica. Dentro questo mondo in sé, il curatore Ralph Rugoff cerca di creare una nuova scuola di pensiero artistico.

Discretamente ambizioso, ma non sempre con successo, il progetto del curatore comincia con il riferimento a un’interpretazione, fatta da George Condo, di Elvis di Andy Warhol, intitolato Double Elvis. Questa opera inaugurante dell’Arsenale ci dice: benvenuti alla nuova epoca. Qui ci sono l’argento sfumato, le linee nere brutali, il cartoonismo delle vignette politiche pieno di machismo aggressivo ma anche grottesco. Già si capisce che ormai entriamo in un’osservazione del passato (e anche del futuro) con un’estetica pop-politica che critica sé stessa ma non rimane li.

Double Elvis è probabilmente l’unica opera nella mostra che ricorda l’estetica pop. Invece Rugoff sa che è la politica che diventa pop, e il messaggio lucidissimo è che dobbiamo resistere. Questa critica politica si sviluppa nel buio, nel crepuscolo, con bande sonore immersive, con luci lugubri, con superfici assorbenti.

Il ritorno agli elementi si vede anche dal modo in cui la mostra è organizzata nei confronti delle varie discipline, cioè scultura, pittura, fotografia. La separazione e distinzione fra questi medium a volte sembra artificiale, forzata e troppo formalistica.

L’enfasi ai elementi fondamentali come l’aria (nebbia fatta da Lara Favaretto nel padiglione francese) che spesso si traduce in suono, come nel caso del padiglione Giapponese dove l’aria generata dal movimento dei visitatori sulla panchina centrale si infila ai flauti sospesi dal soffitto e crea una musica eterea ma anche molto chthonica; oppure anche l’elemento liquido, che non manca mai alla Biennale ma quest’anno sembra di essere ancor più esplicito.

Fra molti esempi, il padiglione del Lussemburgo, al cui interno Marco Godinho ha creato delle enormi superfici ricoperte  con quaderni umidi. Oppure  il Padiglione degli Emirati Arabi Uniti: qui  la poetessa e cinematografa Nujoom Alghanem ha creato un film lirico sull’idea del passaggio acquatico come pratica (e come metafora) per finire al padiglione Lituano, vincitore del premio di Leone d’Oro, che si presenta al visitatore come una spiaggia, dove l’assenza dell’acqua risuona con la morte del pianeta e col messaggio ecologico dell’ opera. In tutti questi casi, l’acqua entra in conversazione con  la lingua, diventa scrittura, poema oppure libretto d’opera. Il flusso fra acqua e testo diventa un momento della nostra responsabilità verso i migranti che attraversano il Mediterraneo ma anche verso la crisi ecologica di un pianeta sempre più condizionato e trasformato dall’azione (negativa) dell’uomo.

Testo di: Andreas Philippopoulos-Mihalopoulos
Professor of Law & Theory, University of Westminster
Director of  The Westminster Law & Theory Lab 

Online: www.picpoet.net

 

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