Rassegna stampa

Fontana: on the Threshold

«Non voglio fare un quadro, voglio aprire lo spazio, creare per l’ arte una nuova dimensione, collegarla al cosmo, come lo si intende, infinito, al di là della superficie piatta dell’ immagine». È lo stesso Lucio Fontana ad aver scritto nel manifesto dell’ arte spaziale, il movimento che aiutò a creare nell’ immediato dopoguerra, la migliore introduzione all’ ampia retrospettiva che il Metropolitan Museum di New York ha dedicato all’ artista italo-argentino, aperta da oggi fino al 14 aprile nella sezione del Met Breuer.

La mostra contraddice l’ immagine di Fontana come autore esclusivo dei tagli sulla tela che lo hanno reso famoso nel mondo, per spaziare tra le diverse forme artistiche e tra i diversi media che lo hanno ispirato fin dall’ inizio della carriera. La rassegna si apre infatti con le ceramiche che Fontana creò negli studi di Albisola e di Sevres alla fine degli anni ’30, quando aveva appena iniziato a mostrare il suo lavoro alla Galleria del Milione di Milano.

Forme che presto si allontanano dal figurativo, per divenire opere astratte di straordinaria contemporaneità. La ceramica nel suo complesso impiegherà altri otto decenni prima di reclamare l’ appartenenza al mondo delle belle arti che Fontana le aveva attribuito con tanta naturalezza. «Nonostante la fama di artista che ha lavorato su tela, Fontana resta soprattutto uno scultore. ha ricordato Iria Candela, curatrice della mostra E sculture più propriamente devono essere considerate le sue tele».

Il gesso e l’ argilla resteranno compagni fedeli del suo lavoro. Appaiono sulle superfici dei quadri che l’ artista iniziò a perforare negli anni ’40 mentre creava la definizione di concetti spaziali che ha poi accompagnato il resto della sua opera, e avvolte tornano in forma di tavolozza, che sostituisce la stessa tela. «Erano gli anni in cui la televisione faceva il suo esordio, e nei quali l’ uomo avviava l’ avventura dell’ esplorazione spaziale. dice ancora Iria Candela Fontana ne fu galvanizzato, e trasformò la scena artistica del suo tempo, proiettandola verso nuove definizioni della prospettiva, e incorporando lo spazio esterno nel suo lavoro».

La scoperta procede attraverso la visione di quasi cento opere dell’ artista, fino alla ricostruzione di due di quattro Ambienti che Fontana creò con l’ utilizzo pionieristico della luce al neon, negli stessi anni in cui Dan Flavin compiva i suoi primi esperimenti con la luce elettrica a New York, mentre lavorava come custode al Museo di Storia Naturale. Gli altri due sono stati allestiti presso l’ Istituto di Cultura italiana sulla Park Avenue, con la collaborazione di Intesa San Paolo che è collezionista delle opere di Fontana, e il Museo El Barrio del Bronx, associato al Met Breuer. Articolo di Flavio Pompetti per “Il Messaggero”

 

 

 

 

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