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Comunque da vedere

Nel padiglione tedesco, ai Giardini,  si cammina su di una grande piattaforma di vetri sospesi dove un collettivo di performer si rotola – i corpi avvinghiati gli uni agli altri – tra dobermann e saponette. (La foto che vi proponiamo è di Irene Fanizza) Performance geniale, dice qualcuno, una schifezza sostengono altri.  Fatto sta che il Leone d’oro per la miglior partecipazione nazionale a questa 57 esima edizione della Biennale d’arte di Venezia è andato proprio alla Germania.

Appunti in ordine sparso di una giornata trascorsa alla Biennale di Venezia, anche per riferire delle insegne luminose stile Las Vegas, o luna park di periferia, che addobbano il padiglione della Corea, e di una coda chilometrica per visitare il padiglione degli Stati Uniti. Non sappiamo quindi cosa ci sia all’interno.

All’Arsenale siamo invece riusciti a vedere il tanto decantato spazzatore di polvere. Si intitola “One thousand and one night”  l’opera surreale del belga Edith Dekyndt che, insieme all’idea, ha anche trovato un virtuoso della ramazza disposto a spazzare per otto ore al giorno il pulviscolo dall’invisibile tappeto. Come fosse polvere, però è luce; come fosse un persiano, però è un rettangolo bianco.

Incuriosisce, qualche sala più in là, il maxi schermo proposto dall’artista, di origine Maori, Lisa Rehiana, sul quale scorrono le scene di un divertente e surreale video d’animazione digitale, che prende in giro le imprese di James Cook. Sempre alle Corderie, la coloratissima, quanto banale, montagna di grandi e sofficiose palle/gomitoli di fibra naturale dell’americana – residente in Francia – Sheila Hicks (classe 1934) che definisce le sue opere “tessiture senza pregiudizi” nel senso che sono un po’ tutto: design, artigianato, architettura…

E’ una Biennale dove prevalgono e trionfano stoffe e tessuti. Nel Padiglione degli Sciamani si incontra ad esempio il lavoro del marocchino Younès Rahmoun (1975), 1. Taqiya-Nor (2016). 77 berretti di lana che coprono altrettante lampade distibuite sul pavimento (77, cifra sempre ricorrente nelle sue opere, è il numero dei gradi della fede, secondo Maometto).  brasiliano Ernesto Neto, da qualcuno definito artista sciamano che ha realizzato un’immensa tenda a rete intrecciata e funge da luogo di relax per molti visitatori.

Incomprensibile invece , per quanto cerchino di spiegarcelo, il lavoro proposto da Maha Malluh, artista dell’Arabia Saudita, classe 1959: centinaia di vecchie cassette audio – di quelle che si infilavano nel mangianastri –  perfettamente allineate e appese ad una parete. Anche delle scarpe da ginnnastica di Michel Blazy, in tutta sincerità, usate come fioriere potevamo farne a meno.

La tenda poi a rete intrecciata del brasiliano Ernesto Neto ricorda molto quel clima radical-chic-hippies-fintoalternativo che si può trovare in qualche angolo di Formentera.

Sarà che noi non siamo così preparati ma anche Francesco Bonami, che forse qualcosa di arte ne capisce, non si è esaltato granché nel visitare in anteprima questa 57esima edizione della Biennale. Vi proponiamo un paio di passaggi dell’articolo da lui scritto per il quotidiano torinese La Stampa.

“Un’opera in particolare rappresenta bene la condizione del curatore di questa edizione, è un video dell’ artista russo Taus Makhacheva, Tightrope. Dura 58 interminabili minuti e dieci lunghissimi secondi. Ma un’ immagine è illuminante. Un uomo cammina sopra una fune tenendosi in equilibrio su un’ asta alla quale sono appesi due dipinti figurativi. Il curatore di una Biennale è questa persona in difficile equilibrio su una corda, la società con tutte le sue grane irrisolte, che tenta di traghettare dall’ altro capo del filo l’ arte: se non quella classica, quella che crea luoghi simbolici e ci fa attraversare la soglia invisibile tra realtà e immaginazione”.

“Quando uno entra nella sala centrale del Padiglione principale e si trova dentro il Green Light Laboratory di Olafur Elliasson, questa soglia non la attraversa e il senso di sconforto o confusione prevale. Certo costruire lampade ecologicamente ineccepibili per i Paesi in difficoltà, come fa l’ artista islandese, è encomiabile, e lo è ancora di più se a costruire le lampade sono giovani rifugiati ai quali viene dato qualcosa da fare, ma forse la Biennale non è il luogo migliore per queste operazioni. L’ effetto di essere davanti a un acquario dove i rifugiati sono i pesci rossi sminuisce lo sforzo umanitario dell’ artista”.

Nemmeno il lavoro proposto dall’artista taiwanese Lee Mingwei ha entusiasmato Bonami, che boccia senza mezzi termini il suo The Mending Project , il progetto del rammendo. “Uno porta un indumento sdrucito e c’ è qualcuno al tavolo che lo rammenda, poi lo sistema su un tavolo con la matassa del filo colorato usato per il rammendo ancora attaccato all’ indumento e inchiodato al muro. L’ effetto mezzo tela di ragno mezzo Seurat è efficace, ma il dubbio se una Biennale debba essere anche merceria o sartoria rimane forte”.

Per non dire poi dell’enorme amaca che arriva dalle Filippine dove tutti i visitatori possono lasciare il proprio segno e cucire qualcosa. Arte partecipativa, come quando i sessantottini pretendevano di sostenere gli esami di gruppo all’università.

Tra i padiglioni nazionali, ci è piaciuto quello del Giappone e quello della Georgia, dove Vajiko Chachkhiani con Living Dog Among Dead Lions (2017) ha trasportato una vecchia dacia di legno nella quale, dal soffitto, piove dentro in continuazione su pavimento e suppellettili. Un’atmosfera molto tarkovskjiana – tutti i critici hanno usato questa espressione, possiamo noi esimerci?  – che trasmette un senso di malinconia e decadenza.

Molto particolare poi l’installazione del  veneziano Giorgio Andreotta Calò (1979) Senza titolo. La fine del mondo (2017). Una messa in scena molto suggestiva e misteriosa, si entra in un ambiente semibuio, oppresso da un basso soffitto di tavole appoggiate, come un soppalco, su una struttura di tubi Innocenti. Attraverso una scalinata metallica, appoggiata sul fondo, si sale al piano superiore dove si può ammirare il soffitto con le capriate lignee a vista che si riflette su una lunga superficie nera e liscia. Dopo un po’ ci si accorge che si tratta di un’enorme piscina piena d’acqua immobile, perdendo il senso complessivo dell’architettura e confondendo l’alto con il basso.

Da vedere anche l’istallazione-performance del modenese Roberto Cuoghi (1973), Imitazione di Cristo. Emotivamente molto impattante, quando si esce nel giardino retrostante al Padiglione Italia, curato da Cecilia Alemani, moglie di Massimiliano Gioni, si tira un sospiro di sollievo.

Per concludere, pur non avendo visto tutto, non direi che questa Biennale proponga novità clamorose. Anzi, nell’insieme, tutto sa un pò di vecchio, già visto. Come se la gran parte degli artisti selezionati avesse un animo da ragioniere o da bancario (senza offesa per queste due categorie). Svolgo il mio compitino, posso dire di aver partecipato alla Biennale, le mie opere acquistano valore, è il concetto che deve prevalere e avanti così. Meglio allora gli eventi collaterali, in giro per Venezia, che risultano più divertenti e stimolanti.

Senza dimenticare – come scrive su La Nuova Manuela Pivato – quella Biennale che non costa nulla, visibile a tutti, di giorno e di notte. E’ l’arte pop, l’art en plein air, come uno spettacolo di strada, composta da cose esageratamente grandi per farsi notare e democraticamente elementari per farsi comprendere.  Come ad esempio la Golden Tower a San Vio oppure le braccia e le mani che sbucano dal canal Grande di fronte al mercato di Rialto. E allora, Viva Arte viva! Appunti di Paolo Brinis

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