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Bacon en toutes lettres

Considerato un monumento dell’arte del  XX secolo, non poteva che essere monumentale l’omaggio che il Centro Georges Pompidou dedica a Francis Bacon con una mostra che resterà aperta fino al 20 gennaio 2020. Era il 1971 quando Bacon presentò  i suoi lavori al Grand Palais, quasi mezzo secolo è trascorso ed ora questa retrospettiva, che riunisce 86 opere di cui 79 dipinti con 16 grandi trittici e 7 lavori su carta (4 inediti), ci fa conoscere un mondo più intimistico dell’artista irlandese.

Un percorso affascinante che parte dai primi lavori degli anni ’30 fino alle ultime opere degli anni ‘90, prima della scomparsa nel 1992. Lavori Inquietanti, trasgressivi, imperniati sullo studio dell’uomo, ma un uomo deformato, sfigurato quasi in decomposizione che sembra muoversi alla ricerca di un nuovo spazio capace di fermare il tempo. Bacon rappresenta sé stesso come un uomo tormentato, turbato, in costante sofferenza e questa sofferenza giunge fino a noi attraverso la lettura delle sue opere.

Originale la tematica sulla quale è incentrata la mostra Bacon en toutes lettres. Uno sguardo nuovo che analizza le opere cercando di collegarle agli autori che l’artista ha letto, studiato e che hanno lasciato profondi segni ispirando il suo percorso. Alcuni emergono dalla sua ricca biblioteca di circa un migliaio di titoli, come Joseph Conrad o Nietzsche, T.S Eliot o Georges Bataille.

Autori che l’hanno ispirato e che sono stati una vera guida, con i quali ha condiviso la stessa visione realista, spogliata dal rigore morale e che l’hanno portato ad un’arte le cui forme sono presentate completamente liberate dall’idealismo. Ha condiviso i tormenti e le preoccupazioni di questi autori ed ha saputo trasformarli magistralmente in capolavori. Per Bacon l’uomo non è che carne e il corpo umano è per lui un’ossessione.

I suoi lavori ci presentano corpi deformati che perdono il loro contorno e che l’artista ricostruisce in forme improbabili, sinistre e patetiche. La carne molle viene contorta all’esasperazione per testimoniare un modo di esistere al limite della trasgressione, un percorso per accedere al mondo delle tenebre. Le figure che spesso troneggiano al centro dei dipinti sono idealmente chiuse in gabbie prive di pareti perché lo stesso Bacon, affascinato dalle opere di Conrad, considerava che la civilizzazione e l’incarcerazione sono sinonimi in quanto l’uomo non è che un prodotto delle forze primitive che agiscono in lui, dunque non ha coscienza.

Da Parigi, articolo di Roberta Hurstel

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